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El triunfo all’italiana di Emanuele Giusto da Madrid

L’11 luglio 2010 sarà ricordato in Spagna come un giorno storico, una svolta. Una data da libro di storia. L’inizio di una nuova era. E la fine di una persecuzione (calcistica) lunga 76 anni.
A Madrid una marea rossa come sangue urbano, ha riempito le arterie della Gran Vía, della Puerta del Sol, della plaza de Cibeles e per la prima volta gli spagnoli, tutti, (anche chi profondamente di sinistra o addirittura repubblicano) al grido di “Yo soy español, español español”, hanno stretto tra le mani e sventolato la bandiera nazionale, senza pregiudizi. Un po’ come era avvenuto nel 2006 in Germania per i tedeschi e i tabù nazionalistici.
In un momento delicato dove la Spagna sta scricchiolando sotto i colpi delle forti divisioni regionali, separatiste, la vittoria della nazionale di calcio dá una boccata di unità, di orgoglio patriottico, senza scomode connotazioni politiche, e la vittoria sportiva proietta nell’Olimpo mediatico mondiale l’intera nazione. Una partita della Roja non era mai stata seguita cosí tanto in tutte le regioni iberiche. Non era mai successo che venisse messo un maxischermo in piena Barcellona per seguire le gesta dei campioni della nazionale.
Il cambio epocale riguarda soprattutto la nuova filosofia spagnola nei confronti del fútbol.
Nei mondiali di calcio gli spagnoli si sono sempre sentiti perseguitati dalla sfortuna. Nelle ultime decadi si sono autocelebrati in modo più o meno costante come favoriti al titolo mondiale, riuscendo solo a raccogliere profonde amarezze. A Messico ’86 un gol fantasma di Mìchel contro il Brasile e i rigori con il Belgio rovinarono gli entusiastici pronostici. Il battezzato “Dream Team” di Luis Suárez ad Italia ’90 fu sbattuto fuori da due gol del jugoslavo Dragan Stojkovic. Ma il vero rancore nei confronti del destino porta il nome di Tassotti. Negli Stati Uniti, era il ’94, due perle di Roberto Baggio sentenziarono la sconfitta spagnola, ma il ricordo iberico si blocca esclusivamente ed ossessivamente sul coriaceo difensore italiano che con una gomitata distrusse il setto nasale dello spagnolo Luis Enrique. All’incantesimo della mala suerte si aggiunge l’infausto mondiale coreano e, nel 2006, il campionato organizzato dalla Germania. In quella occasione alla vigilia dei quarti di finale contro la Francia il giornale sportivo più venduto in Spagna vaticinó in una copertina a tutta pagina “Manderemo in pensione Zidane”. Ma fu Zizou a farla finita con la Roja che in vantaggio di un gol, invece di gestire il risultato continuò ad attaccare, finendo sotto per 3 a 1.
La filosofia calcistica spagnola ricerca il gioco spettacolare, la trama fondata sui mille tocchi, il possesso palla, ma spesso ha dimostrato poca attenzione, poco interesse e poca esperienza nei confronti della tattica, delle strategie, delle vittorie sofferte.
Per i guru del calcio spagnolo la vittoria dell’Italia nel mondiale tedesco fu “El triunfo de la nada”, “Il trionfo del niente”, come titoló il quotidiano numero uno in Spagna. Il calcio italiano è definito in modo unanime come taccagno di emozioni, brutto, scorretto, difensivista e calcolatore.
Il paradosso della Spagna è che sia diventata “campione del mondo” rivedendo molto della propria filosofia calcistica in chiave più “italiana”. Il cambio di filosofia è iniziato con Luis Aragonés (San Luis come lo chiamano in Spagna) nell’Europeo vinto due anni fa ed è continuato con lo stesso gruppo di giocatori nel mondiale sudafricano. La nuova Roja è maturata a base di un maggiore gioco difensivo, più tattico. Nel mondiale appena vinto ha incassato solo due gol. Come l’Italia nel 2006. Le giocate spettacolari sono state centellinate, mai un team campione del mondo aveva segnato cosí pochi gol, solo otto, nelle ultime 18 edizioni del torneo.

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